martedì 5 giugno 2018

Chiaramente







Chiara mente - sette, sette e dieci - squille antimeridiane –
di primavera vita  sbocca a una chiusa gelida. Caoticamente
vorticosamente, colata mente - assisa popolare, amore
che solda  e che salda  e ricuce  - ed io chi ero? E taciturni arrivederci, andirivieni,
fretta di sapidità-rinunce – legato cullato, fiotti di indoli a urti, incontri
spartiti - inanimati febbrai. Animale-paradiso piegato all’ara di terra arata.
Io non so più se vetro a lastre o ferro
di
squame
di
ofidi desideri,
deserti destrieri
misteri.







*







Semplicemente? Limite. Saldo alloggio slacciato. L’estremità di fine –
essere giunto. Fradicio - oniriche soglie schiuse lame. E sul mondo la luna,
il giro di un satellite - Stella buia -  gota accesa di mondo. Come Cassandra -
e sotto il sole a rima di parole, idea il punto e il dittongo, ma zitta incrocia a chiasmo
simbolum tipologico frutto di notte tumulto, tumulo antica vita  a mucchi di peccati plagiati.
Come Cassandra.  Come Cassandra, duttile salamandra che sgusci
In un andito di fontana d’oasi.
Rime, rime, per gioco e pane-vento.
Non vedo, a quel lume di duna  -
ecco il bello,
oh luna – io non vedo,
il
mio futuro - molle
padrone-predone. Autore ignoto .
l’avrebbe frenato un largo
patrimonio.
























Scilla ‘83





lunedì 4 giugno 2018

A nordest




























A nordest, a nordest o più avanti,
verso la città del niente,
con questa pettegola impronta
che non può fare a meno di cullare in una stretta
d’aria alla gola. Esiste una città così? Esiste? Davvero? Sì?
Colline come mucchietti di braci. Tommaso Moro lo sapeva,
Lo sapeva Bukowski. Anche se non hanno mai voluto trasferircisi.
Lo sapevano e lo sanno in molti. Verso la luna di Ofelia, verso guerre,
terre finite in bugigattoli di barbiere.  Versi – biancheria, corredo a
una partenza d’estate. Parziale, “tentativa” – marziale -  ricordando avanzate militari,
vacanza-speranza, in una straordinaria accezione – entrambe. Ufficiali, feriali, sospesi a
mezze vie - sale e risa.  A nordest. Solitaria pelle d'oca di polveri -  livori spezzati, tagliando
il corso del tempo povero. Intagli,  intarsi, solchi - in poesia
si chiamano lacerazioni, ecchimosi. Angeliche o bestiali – siano.
Siano.

Oh, sempiterne. Oh, infette.
Anche perché non c’è modo di tirarsi fuori  dal
baule del prestigiatore.
Dico bene?




*


La bella estate fissata,
anzi prefissata - al punto mediana
di un turbine.
Sirena-estate alle forbici d’oro di una Parca di congiuntura. Studi classici,
rastremati. Mentre il poeta – che qui non è, non esiste – s’abbranca sulla
sua sagoma d’ombra - esserci di sabbia – di quei sofferti illusionismi…
Su una seggiola - lente ottica – non sbatte una palpebra, anzi  il suo sangue s’accende al buio.
O meglio, per la precisione - una lacera sdraio di tessuto, una spiaggia solatia,
in un meriggio di luglio con - il misterioso enigma irrisolvibile - l’unico poeta nel raggio di nove ombrelloni.
Neppure un pelo della barba,

uno

spiffero di flauto dolce.  Convalidano
gli occhi la quinta – per la comune invadenza.
Dicci cos’è. Diccelo. Bega nella panna del sole, a nordest! Veloci.
Estate, bell’estate, bell’amore disperato…
L’arenile un giardino di piani specchianti.
Ignudo oceano.











Scilla ‘83






Domenica D’Agosto






























Cielo scarmigliato d’inverno a ferragosto,
La poesia è il luogo delle cose irrealizzabili. Lo ripeto. Ma non lo riscrivo.
E un gabbiano apatico sulla riva sbocconcella una conchiglia di granchio,
E il vento baruffa con la sabbia, e il gabbiano s’invola
e segue la sua scia precisamente già tracciata – inevitabile.
.


*



Anche una spiaggia offre le sue impossibilità.
Ad esempio un maestrale su un ponte di chiatta alla secca
Il15 agosto di una eternità da soma – e da somari. Come
vuole la soap opera dell’estate. Di domenica, per giunta. E per cena
avremmo mangiato gli spaghetti al sugo di telline
racimolate in riva in una bottiglia di plastica verde chiaro, con i bambini,
e qualche passante che si fermava inginocchiandosi con noi.
Non nevicò. Lo giuro.  E sulla mia parola potete farci affidamento.
Non nevicò. Nemmeno un unico sparuto bioccolo di neve. Non insistete.
Non nevicò, vi dico.

Ma

soltanto
per una questione
di copyright.












Scilla ‘83






SpillaScilla N*5 di Scilla '92 Affisso dal 4 6 18





























































































Piena di fiori, 
Oh le tue gote rubiconde…  
Cieli fissi, Oh nude fatture.
Fiumana di fiori, di inediti usati. Una Belzebù, come una menade,
(il grido umano della fanciullaggine) Ombra di calda tarda muraglia - m’affoca, povera foca…
E il primo vento è sull’erbe, vedi? Geme la finestrella - io ardo in quel canto.
Valchiria dell'esistenza, colpevole di grande subumana ventura, facile iattura mi sugge popolare e mattinale.
Elenaccia detestabile, m’attardo nell’attesa che pesa, che vaglia –
antica notte. Vo’ a una faglia di stelle, costante errante - di pioggia in pioggia.

Vo’. E forse certa di nulla tempesta
Ma d’ansia, di smania son chiusa festa-testa
Porta del mondo a cui non bada il furtivo innamoramento
Il lento girovago mezzogiorno, nel forno la rima casuale,
unita terra da un cristallino ponte - quanto amai –
fiera, il guanciale di un
inutilizzato peccato – mio.
Originale.




*




Della mia vita unica acerba nozze.
Per ciò silente ridò fiumi di crescite di frumenti nel canto.
Vivida di una speranza inquietata. Oh tu - quete rimirano le
iridi il vecchio bell’andare sotto il giuoco di noia, di foia, (non ho detto Goya, che c’entra)
La fretta godere al fine di una brama. Ma il sole non ha mistero, l’ombra il mio dicàstero
Al mio officio di fidanzata soave, al mio distacco sconosciuto destriero.
Invano così tonda, così aranciata cado e mi spacco – frutto impaziente,
vacca latente.





*




Io vo’. Scevra di luna e di sale.
Il totem, il maiale aleggiato, sottaciuto. Sottaceto l’occhio destro osa ciò
su cui il sinistro si posa. Di lucida, nevischiata argilla. La giovane nutrice di
tutti i cuccioli dell’inferno -  Chi son io, chi sono. Son forse  
Proserpina - amore, semplicemente -  e viene inverno. Dall’interno non è un bell’affare, qui - da dentro - dalle viscere..
Anzi è un malaffare buio e pirata – un amore e le sue esequie, fanciulletto sbranato dalle fiere.
Cave Canem. Il latino? Poco ricordo. Odi et amo. Lupus in fabula. Rosa Rosae
E nulla in più.
Oh  acqua brillante, Oh brillante amore
di memorandum. Anonima –
mente tua.








Scilla ‘83